Mi chiamo Lucy Barton || Elizabeth Strout

6794724_1491726Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell’Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, “ciao, Bestiolina”, perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d’ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l’altra storia.

Continuando a seguire le linee guida della challenge, per la voce “un libro pubblicato nel 2016” ho deciso di leggere Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout.

Dopo 10 pagine mi sono subito resa conto che è un libro che promette bene. Uno di quelli che amo di più, uno di quelli che raccontano una storia coinvolgente, ma non necessariamente nel senso di struggente, quanto di una storia che racconta e che si lascia ascoltare e senza che tu te ne renda conto, sei già nel suo mondo.

Credo di avere proprio un debole per i romanzi familiari (La casa degli spiriti in primis).I romanzi che non fanno altro che narrare le vite di queste persone, semplici e allo stesso tempo ammalianti.

Ho amato il modo in cui è scritto: sembrano confidenze davanti ad una tazza di caffè con un’amica. E’ il classico libro che vorrei aver scritto io, uno di quelli che ti ispira a farlo.

In realtà durante la lettura mi è stato difficile scriverne sul mio reading journal. Lo ascoltavo, non mi veniva da commentarlo.

La trama è semplice, capitoli e frasi brevi. E’ quasi telegrafico, ma racconta di emozioni che ti arrivano dritte al cuore.

Racconta una vita.

Racconta un rapporto tra madre e figlia.

Penso proprio che cercherò altri libri di Elizabeth Strout.

[…] e il cielo che resiste, resiste e infine cede al buio. Come se l’anima potesse far silenzio in quei momenti.

La vita mi lascia sempre senza fiato.

 

 

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